OCRA/ARCHIVIO
Studies on the European Avant-Gardes




LOCUS SOLUS
intervista a VITTORIO DAPELO e UBERTA SANNAZZARO
a cura di Sandro Ricaldone

VD - ... l'ultima volta che ci hanno fatto un'intervista, appena acceso il registratore siamo stati colti da un attacco di mutismo...

SR - Non aspettatevi un grande aiuto, da me. Non sono particolarmente mente bravo a far domande... di solito me ne sto il più possibile zitto. Credo, comunque, che non sarebbe improprio seguire uno schema cronologico, parlare anzitutto della "gestazione" di LOCUS SOLUS.

VD - Inizio io... perché sono il più vecchio. Bisogna risalire al la fine degli anni '60 e Uberta era giovanissima, allora. Ho iniziato ad interessarmi all'arte proprio in quel periodo, forse é inutile scendere nei dettagli... Importante é stato l'incontro con Germano Celant che mi ha dato un po' il quadro di quello che stava accadendo all'epoca; mi sono anche occupato, insieme ad altri, di uno spazio in Toscana, in una villa del Cinquecento.., la cosa poi non é andata avanti anche se c'erano state mostre di Maria Nordman, performances di Joan Jonas, di Charlemagne Palestine, etc.. Nel frattempo mi sono laureato in storia dell'arte con una tesi sulla Land Art. All'Università ho incontrato Uberta e, siccome entrambi avevamo intenzione di lavorare in questo campo, abbiamo deciso si aprire la galleria. E' stata una cosa molto rapida, non sono passati più di due mesi dalla decisione alla prima mostra...

US - Probabilmente é stato un errore. Abbiamo finito col prendere il primo spazio disponibile, uno spazio troppo piccolo.

VD - Sì, anche il fatto che le prime esposizioni fossero di artisti che si valevano del mezzo fotografico era dovuto a questa circostanza. Abbiamo iniziato con John Baldessari, c'è stato poi Dan Graham ...

SR - A prescindere dalle dimensioni, che pure non vi hanno impedito di presentare anche delle installazioni (ricordo quella di Martine Aballea, una di Alberto Garutti) che cosa - quale orientamento, intendo - c'era dietro alle vostre scelte?

VD - Eravamo nel 79/80, il periodo in cui era venuta fuori la Transavanguardia. A noi non é mai piaciuta molto. Non perché non amiamo la pittura... ma non ci interessano cose che sono in realtà il rifacimento di altre. D'altra parte era anche giusto, allora . . . In fin dei conti anche gli anni '70 avevano i loro schemi, niente pittura, bianco e nero, si era creata una "maniera". Però era giusto, secondo noi, riportare i problemi un po' più indietro, vedere al di là delle mode.

US - D'altronde anche con la Transavanguardia e le tendenze similari é stata fatta parecchia confusione. Iniziatori ed epigoni sono stati posti sullo stesso piano...

VD - Non é che la nostra "opposizione" fosse pregiudiziale: ci sarebbe interessato, ad esempio, avere una mostra di De Maria, di cui apprezzavamo molto i lavori su parete. Ma é un fatto che il mercato si muove molto velocemente e noi siamo invece abbastanza lenti; specie all'inizio poi, quando non ci conosceva quasi nessuno, non avevamo molte possibilità... Così questa mostra é sfumata, come anche altre in seguito. Per chi non ha grossi capitali da investire e quindi la possibilità di tenere i pezzi in magazzino perché si rivalutino, é importante cogliere il momento: a metà fra la prima affermazione (altrimenti nessuno compra) e la piena affermazione (dopo la quale i prezzi diventano troppo alti)...

SR - Per tornare alla vostra attività...

VD - Inizialmente, si è detto, fotografia (p. es. Eve Sonneman) o maquettes, progetti, disegni (Donna Dennis, Alice Aycock). Abbiamo presentato parecchie artiste, una caratteristica che poi, purtroppo, abbiamo un po' perso. C'è stata una piccola mostra di Beuys, di nuovo pezzi fotografici o derivati da fotografie, una installazione di Alberto Garutti, una di Martine Aballea, "Memorial Fish Laboratories" (ma già ne accennavi tu prima) ...

US - Dopo un anno e mezzo, comunque, abbiamo cambiato spazio. Da salita Salvatore Viale (dove, effettivamente, eravamo troppo allo stretto) siamo venuti qui, in Via Chiabrera. Abbiamo aperto nel gennaio 1983 con una mostra di Marco Bagnoli che si rifaceva ad una grande installazione ("Golem, Dolmen, Gödel", 1981) realizzata ad Artimino, in quella villa di cui parlava prima Vittorio. In un grande ambiente era ricostruito il tetto, con un camino; per arrivarci esisteva tutto un percorso indicato da pile appoggiate a terra, accese. Dal tetto cadeva un lucido con una linea rossa formata dalla sovrapposizione di otto profili...

SR - Lo ricordo, era anche in mostra qui, appeso a quel muro.

VD - E nella stanza dietro c'era il camino. E' ancora di là... E dalla linea rossa, Bagnoli ha tratto 64 sculture in legno che ha poi esposto al Centre d'Art Contemporain di Ginevra, durante la scorsa stagione.

US - Ce ne siamo occupati anche noi e questo ci ha fatto perdere di vista, per qualche tempo, la galleria. Per questo l'anno scorso abbiamo fatto così poche mostre: Bertrand Lavier all'inizio e Remo Salvadori alla fine, mentre nelle stagioni precedenti eravamo stati più attivi.

VD - Avevamo fatto, dopo Bagnoli, Robert Barry, Vittorio Messina, Alberto Garutti (di nuovo), Bill Woodrow, Sol Lewitt, Enrico Castellani...

SR - Maurizio Mochetti...

VD - No, Mochetti era nella vecchia galleria! Comunque quest'ultimo anno un po' incerto è dovuto anche al fatto che sembra va dovessimo lasciare questo spazio entro dicembre, e così... Soltanto dopo un po' di tempo si è chiarito che avremmo potuto rimanere sino a giugno.

SR - Ed ora?

US - Stiamo iniziando i lavori per l'allestimento della nuova galleria. E' uno spazio molto bello, sia per il luogo (è in Via Garibaldi, al 9 rosso, all'angolo di palazzo Bianco con palazzo Tursi) sia perché i locali di per sé stessi sono adatti, ben divisi.

VD - Se ce la facciamo (devo telefonare al muratore, scusa) dovremmo inaugurare il 25 ottobre prossimo, con una mostra di Giulio Paolini che già avremmo dovuto presentare l'anno scorso e poi, per le ragioni che abbiamo accennato, é invece "saltata".

SR - Vi siete sempre mossi in un ambito di scelte internazionali. Che cosa vi interessa maggiormente nello scenario attuale? non c'è qualcosa di "autoctono" - per contro - che seguiate in maniera specifica?

VD - Mah, è di nuovo un periodo in cui tutti aspettano che succeda qualcosa, che venga fuori una tendenza nuova, però... Gli aspetti più originali (certo non nuovissimi), la direzione che ci sembra più interessante è quella della nuova scultura inglese, di Woodrow specialmente. In lui c'è questo rapporto fra il materiale, l'oggetto trovato, che si lega ad un oggetto nuovo, antefatto... non un ready made, quindi, come lo avrebbe fatto Duchamp, ma un gioco fra questi elementi, l'ironia, soprattutto. Anche Lavier attua uno spostamento, mantiene all'oggetto la sua funzione: la macchina fotografica, per esempio, può fotografare davvero.., c'è però anche la trasformazione dell'oggetto, mascherato dalla pittura... lui si ritiene un pittore d'altronde. E' un po' che abbiamo in programma una mostra di Anish Kapoor, una volta o l'altra riusciremo a farla.
Poi c'è un gruppo di giovani scultori tedeschi, di Düsseldorf e Colonia, che in Italia s'è visto a Torino, in primavera, ad un'esposizione che s'intitolava "L'oro del Reno": Mucha, Schutte, Gerdes, Luy. Vorremmo far qualcosa anche con loro, la prossima stagione.

US - Per quel che concerne la situazione locale, potremmo dire che iniziamo - quest'anno - con un genovese...

SR - Solo dal punto di vista anagrafico.

VD - Comunque, a parte questo, non abbiamo trovato un lavoro, qui, sinora, che ci convinca completamente. Forse non l'abbiamo nemmeno cercato tanto, l'impegno di mandare avanti la galleria ci ha messo su altre piste. Il nostro non è un atteggiamento negativo, di rifiuto... "creare" una situazione, in fondo è l'obiettivo di ogni galleria...

US - In ogni caso ci sono altri che se ne occupano. Il nostro lavoro può essere utile in modo indiretto; ma sarebbe forse necessario poter creare delle occasioni di contatto fra gli artisti. Per noi stessi la parte senz'altro più affascinante del lavoro sta nella preparazione, nella collaborazione con l'artista; la parte commerciale è abbastanza noiosa, anche se indispensabile.

SR - E il mercato come va?

VD - Vendere è sempre difficile, specialmente qui. Non abbiamo mai fatto molta pubblicità... Qualcosa è venuta indirettamente, con la pubblicazione di pezzi, voglio dire di "opere", su riviste (per esempio un nostro pezzo di Woodrow è stato pubblicato su Artforum). Per vendere occorre un'immagine... In ogni caso dobbiamo muoverci moltissimo, finisce che magari trattiamo con collezionisti francesi o svizzeri. Qui ci hanno aiutato alcuni giovani collezionisti. Ma appunto perché sono giovani non hanno la possibilità di acquistare molto.

US - All'estero, le gallerie trovano dei punti di riferimento nei musei. Sono molto aiutate... Avere, più o meno ad ogni mostra, la sicurezza di poter vendere un pezzo ad un museo è importantissimo. Tra l'altro, se le scelte vengono compiute oculatamente, per il museo è quasi sempre un affare.

SR - Ma anche Celant, che ho ascoltato al convegno che avete curato per il Goethe Institut, sui musei genovesi, fa l'apologia dell'effimero, della mostra temporanea, che consente di modellarsi sulla situazione, a scapito delle raccolte permanenti. Velocità contro conservazione, burocrazia...

VD - Io ho inteso il suo discorso diversamente, come una proposta di integrazione fra le due forme espositive che consenta di rendere più "vivo" il museo.

SR - A Genova, comunque, il Museo d'Arte Contemporanea è privo di collezioni.

VD - Ed è male. Si fanno delle mostre, non eccezionali fra l'altro. Esistono almeno un centinaio di collezioni, in Italia, che valgono la Cernuschi Ghiringhelli; si parla di Guttuso, di un'altra mostra importata da Torino (il Museo Sperimentale di Eugenio Battisti).

SR - Sembra che, così, vogliano accontentare - a turno - un po' tutti.

VD - Sarà così finché i musei saranno gestiti da funzionari politici, che sono obbligati a ricercare il consenso. L'arte però, come tale, non ha mai creato consenso, anzi! E, a parte questo, è comunque importante - secondo me - che il denaro speso si traduca in qualcosa di permanente, che alla città resti qualcosa.

(Genova, 17 ottobre 1985)